Gintama – Recensione

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C’è una cosa che lo spettatore di turno deve sempre tenere ben presente quando si avvicina per la prima volta (o anche per la seconda, o per l’ennesima) a questo anime: è probabilmente l’unica opera pensata da mente umana la cui pagina nella Nonciclopedia è quasi più seria dell’anime stesso. E questo non è poco, ve lo assicuro!

La storia in poche parole. Siamo in Giappone, in un universo alternativo in cui la cara Tokyo si chiama ancora Edo (nome che aveva prima di diventare la capitale dello stato moderno) e non è stata costretta all’occidentalizzazione forzata… perché gli occidentali, qui, non sono mai arrivati. La landa nipponica, infatti, è stata invece invasa da una razza aliena, gli Amanto, che – almeno nella fase iniziale dell’anime – sembrano fare il buono e il cattivo tempo bistrattando i poveri terrestri. L’anime segue le vicende di un gruppo di disadattati dei tre protagonisti a tutti gli effetti: Gintoki, un ex-samurai che sopravvivere cercando di fare il meno possibile, mangiando dolci e leggendo fumetti; Shinpachi, il tipico adolescente insipido che sembra non poter fare niente di buono nella sua vita; Kagura, un’Amanto che fa parte del Clan Yato, il più forte e sanguinario dell’universo. Questo trio apparentemente così male assortito, insieme al gigantesco cane Sadaharu, costituisce l’Agenzia Tuttofare (Yorozuya in originale) e quasi tutte le puntate ruotano attorno agli incarichi più disparati che vengono loro affidati.

Gli altri personaggi. Attorno a Gintoki, Shinpachi e Kagura gravitano un’infinità di altri personaggi; alcuni appaiono per una sola puntata, altri per quattro o cinque, altri diventano parte del cast fisso e tornano ciclicamente a farsi vivi. Uno dei punti di forza di Gintama è senza dubbio l’ottima caratterizzazione di ogni personaggio, anche della comparsa più insignificante, e la vasta gamma di tipologie di persone con cui lo spettatore viene in contatto. Troviamo così la Shinsengumi (il corpo di polizia di Edo) con i suoi ufficiali davvero improbabili, gli ex compagni d’armi di Gintoki, ma anche una ninja masochista, un disoccupato con tutte le sfortune del mondo, la violenta sorella di Shinpachi, l’idol sboccata, i familiari di Kagura… e chi più ne ha più ne metta. Con una gamma così ampia di personaggi chiaramente caratterizzati è facile capire che le possibilità di narrazione sono inesauribili.

Non solo parodie. Si sente spesso dire: “Non seguo Gintama perché è un anime assurdo, dai!”. Questo è vero solo per metà. Gintama resta fondamentalmente un anime comico: fa ridere – anzi, fa proprio scompisciare – per la maggior parte del tempo. E’ vero che questa serie parodizza un sacco di cose comprensibili solo al pubblico giapponese, ma ci sono anche prese in giro di serie famosissime pure da noi: Dragon BallOne Piece, Pretty Cure, Super Marioi film di Jackie Chan… non si salva proprio niente, credetemi! Oltre alle puntate stesse è esilarante anche leggere i titoli di ogni episodio: non ne avevo mai visto di così lunghi e di così strani in vita mia. Tanto per citare alcuni esempi, vi delizierò con Se devi fare del cosplay fallo decorando anche il cuore, Il matrimonio implica che i fraintendimenti andranno avanti tutta la vita  e Perché il mare è salato? Probabilmente perché voi gente di città mentre nuotate fate i vostri bisogni!!. Il bello di tutto ciò è che negli episodi, poi, si parla davvero di ciò che c’è scritto nel titolo!
Castronerie a parte, però, nessuno degli ottimi personaggi descritti prima sarebbe però davvero ottimo senza una storia, ed è tramite delle puntate per così dire ‘serie’ che veniamo a conoscenza  del background dei personaggi, di cos’hanno fatto prima di entrare in contatto con l’Agenzia Tuttofare, del perché sono diventate le persone che sono adesso. E il bello è proprio questo: un attimo prima stai piangendo dal ridere e un attimo dopo stai piangendo nel vero senso della parola. L’equilibrio di crack e angst è mantenuto in maniera magistrale e alcune vicende non possono che restare impresse nella mente dello spettatore.

Il concetto di anima. Uno dei punti focali di questo anime, il cui titolo non a caso si può tradurre con “Anima d’argento” (銀= “Gin”, argento e 魂=”tama”, anima), è per l’appunto il tema dell’anima e dell’importanza di essere fedeli a se stessi e ai valori di ciò in cui si crede. Così Gintoki, per quanto sia un pigrone tendente alla nullafacenza, non viene mai meno ai propri principi quando si tratta di aiutare gli altri. Ma non è solo della sua anima che si parla: c’è l’anima da vero samurai di Shinpachi, ma anche l’anima patriottica di Katsura dal lato dei ribelli anti-governativi così simile eppure così diversa da quella ugualmente patriottica di Kondo dalla parte della Shinsengumi; e allo stesso tempo c’è l’anima da padre del papà di Kagura, così come l’anima della forgiatrice di spade, quella del figlio abbandonato, quella del fratello che resta solo… Ogni personaggio, anche il più secondario, ha una luccicante anima d’argento.

L’ambientazione storica. L’autore del manga originale si è lasciato uno spazio ampissimo per quanto riguarda il periodo storico in cui l’anime è ambientato. Essendo essenzialmente un universo alternativo, qui troviamo cose apparentemente arretrate ed evidentemente ottocentesche accanto ad altre di stampo prettamente moderno: largo spazio, quindi, alla convivenza di kimono e sandali con astronavi e televisioni. Gintoki stesso indossa abiti che sono a metà tra il tradizionale e il moderno: stivali di pelle, pantaloni, maglietta e kimono. La Edo descritta in Gintama è molto pittoresca; è un connubio di antico e nuovo, proprio come doveva apparire la vera Tokyo poco dopo l’apertura all’Occidente, quando stava per fare il grande salto verso la modernizzazione. Il parallelo tra questa realtà e la ‘nostra’, per così dire, viene sfruttato in più ambiti: la corrente dei ribelli anti-governativi, la Jōi, si rifà evidentemente a coloro che nell’antico Giappone erano contrari all’apertura del paese (il cui motto era, non a caso, Sonnō jōi: “Ave all’Imperatore, fuori i barbari”); i nomi dei membri della Shinsengumi sono tutti storpiature dei nomi dei membri della vera Shinsengumi storica. Questi paralleli sono davvero divertenti da scovare per un nippofilo, ve l’assicuro!

La morale alla base di tutto. Per la maggior parte del tempo (e lo dicono anche i protagonisti stessi nei loro siparietti!) sembra che l’anime di Gintama non voglia andare a parare proprio da nessuna parte. E come dar torto a questa teoria? Non c’è una trama vera e propria, il protagonista non ha uno scopo, non ci sono cattivi da sconfiggere né maestri da emulare. Cosa vuole raccontare, quindi, questo Gintama? Che dal fondo si può sempre risalire e che una mano amica tesa verso di te c’è sempre. Basta solo conservare intatta la propria anima d’argento.

– Kuruccha

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One thought on “Gintama – Recensione

  1. orkof ha detto:

    Bellissima!!! mi piace un sacco questa recensione spiega bene e in modo chiaro cos’è Gintama e soprattutto finalmente qualcuno dice che non è necessario avere sempre i soliti punti fissi (cattivi, missioni, maestri, tesori ecc) per raccontare qualcosa di bello! Gintama è unico nel suo genere ed è bello proprio per questo perchè è qualcosa di nuovo!

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