Gintama – Recensione

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C’è una cosa che lo spettatore di turno deve sempre tenere ben presente quando si avvicina per la prima volta (o anche per la seconda, o per l’ennesima) a questo anime: è probabilmente l’unica opera pensata da mente umana la cui pagina nella Nonciclopedia è quasi più seria dell’anime stesso. E questo non è poco, ve lo assicuro!

La storia in poche parole. Siamo in Giappone, in un universo alternativo in cui la cara Tokyo si chiama ancora Edo (nome che aveva prima di diventare la capitale dello stato moderno) e non è stata costretta all’occidentalizzazione forzata… perché gli occidentali, qui, non sono mai arrivati. La landa nipponica, infatti, è stata invece invasa da una razza aliena, gli Amanto, che – almeno nella fase iniziale dell’anime – sembrano fare il buono e il cattivo tempo bistrattando i poveri terrestri. L’anime segue le vicende di un gruppo di disadattati dei tre protagonisti a tutti gli effetti: Gintoki, un ex-samurai che sopravvivere cercando di fare il meno possibile, mangiando dolci e leggendo fumetti; Shinpachi, il tipico adolescente insipido che sembra non poter fare niente di buono nella sua vita; Kagura, un’Amanto che fa parte del Clan Yato, il più forte e sanguinario dell’universo. Questo trio apparentemente così male assortito, insieme al gigantesco cane Sadaharu, costituisce l’Agenzia Tuttofare (Yorozuya in originale) e quasi tutte le puntate ruotano attorno agli incarichi più disparati che vengono loro affidati.

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